Happy Birthday Bono! (60)

Un racconto musicale per celebrare i 60 anni di Bono. Il racconto si basa sul testo di “U2 at the Opera” (fabio amadei, 2015) mixando aneddoti e canzoni acustiche in stile busker.



“L’amore giungerà…” Pavarotti: amore, opera e stupore…

Pavarotti: amore, opera e stupore

Perché sono partito con questa frase e con questa immagine?

I più maligni diranno che è “perché devo metterci comunque dentro Bono e gli U2”…

Io aggiungo “perché è un gran bel ricordo personale diretto”…

Ma soprattutto aggiungo che credo sia un ottima sintesi di quello che ho appena visto: il film di Ron Howard su Pavarotti. L’emozione principale che mi sento di esprimere è lo stupore, proprio come la prima volta che ho visto un’opera dal vivo (2001, ndr). Stupore per l’intensità, stupore per la quantità e la ricchezza di contenuti ed emozioni… Quando provi stupore, è difficile mettere in fila in modo ordinato le emozioni e raccontarle, quindi proverò soltanto a dare qualche flash, in attesa di rivederlo. Perché è sicuramente è da rivedere, con calma, per riascoltare e rivivere alcuni passaggi, per approfondire alcuni contenuti, che emergono dalle sue parole, dalle interviste a famigliari, colleghi, amici, ma anche, spesso, dalla musica. Sì, perché c’è tanta musica. Tanta opera, soprattutto. O meglio: tanta Opera: con la “O” maiuscola, come da qualche tempo la definisco io. Nel senso che la musica è associata alla vita: ancora meglio: in ceti casi, la musica diventa vita. E allora la musica, l’opera, diventa Opera: il modo di esprimere quel turbinio interiore fatto di amore, odio, paura, entusiasmo, amicizia, fratellanza, sfida, coraggio, passione, contraddizione, e tutto quello che viviamo quotidianamente… Con un sapiente montaggio, vediamo come nell’opera c’è davvero tutto: sembra che sia descritto già ogni momento della vita. Dice Bono (molto presente nel film): “Quelle sono canzoni che fanno sanguinare il cuore… Cosa può aggiungere un cantante a arie già perfette? aggiunge la sua vita, con l’emozione nell’interpretazione”. Ebbene sì, anche da questo film si evince quanto per alcuni esseri umani, la musica è intrecciata inscindibilmente con la vita. Ma non semplicemente perché ci si appassiona a una canzone o ad un cantante, ma perché la musica esprime quel che vivi, e tu ti trovi e ti riconosci in una canzone, in un giro di accordi, in un’aria d’opera. E’ un dono? Una fortuna? Una condanna? Chi lo sa… Probabilmente un po’ di tutto questo…Si tratta di una diversa sensibilità, difficilmente condivisibile con chi non ce l’ha e considera la musica, pop, rock, classica, opera, semplicemente come un’espressione artistica. Intendiamoci: ascoltare musica “semplicemente”, senza viverla così intensamente, non è un difetto. Ma quello di cui provo a parlare è un livello superiore. Dal chiodo al fazzoletto, dal non aver voglia di cantare al commuoversi perché impersoni un personaggio e ti immedesimi in lui e in quello che canti… Tutto questo c’è nel film, perché un regista con un “sentire” non comune come Ron Howard è riuscito a coglierlo ed esprimerlo molto bene. Il finale, ad esempio: potrebbe apparentemente sembrare scontato, con l’esibizione di Nessundorma. Ma l’espressione finale, durante gli applausi, dice tutto: Big Luciano (e pensare che da bambino lo chiamavano “Lucianino”) è sorpreso, commosso, stupito dalla reazione del pubblico. Giustamente all’inizio del film P. dice che “in questo mestiere nulla è scontato”, neanche per chi studia ed ha una preparazione eccellente: fino all’ultimo non sai se la nota giusta uscirà proprio come la vuoi tu. Come conferma Placido Domingo, che durante il film esprime ben più di un concetto chiave, “La voce” (espresso al femminile, in tutte le lingue), è considerata al pari di una persona. Il rapporto fra un cantante e la sua voce è paragonato alla relazione fra due persone, influenzabile con tutto quello che capita nella vita di una persona: dal meteo, alle buone/brutte notizie, alle gioie, agli scazzi.

L’espressione così intensa del viso di Pavarotti, infine, mi rende facile il collegamento con l’inizio di questo racconto, e allora, concludendo, riprendo l’immagine iniziale: Modena 1995, Pavarotti & friends.

Tre persone, uniche, tre emozioni e tre visi stupiti:

Pavarotti, che da big dell’opera cerca, grazie all’aiuto, al “fiuto” e alla passione di Nicoletta, Bono, quasi stalkerizzandolo (“he was haunting me”…) ed è emozionato mentre canta con lui, in prima mondiale dal vivo, Miss Sarajevo.

Bono, “la miglior voce del rock” (siamo nel 1995) a cui trema la voce mentre canta Miss Sarajevo al cospetto del Maestro, perché è stato coinvolto e trascinato da una forza a cui non ha potuto dire di no…

Lady Diana, intrecciata indissolubilmente sia a Bono che a Pavarotti (la dedica durante il concerto a Londra sotto la pioggia, l’amicizia, la beneficenza intesa come missione di vita per ripagare il gran dono personale ricevuto e non solo intesa come donazione a chi ha bisogno, i rapporti GB/Eire, i paparazzi e la vita/non vita…) che ascolta rapita e stupita…

come me…

stupito, ancora una volta, dalle emozioni che mi genera la musica… Non ci farò mai l’abitudine, e quanto ne son contento…!

dreamoutloud!!!

fabio

Songs of Experience

premessa doverosa: non sono un tecnico, e la mia misura è l’emozione… non tutte le canzoni riescono ad emozionare, comprese quelle degli U2. stavolta mi hanno emozionato tanto: provo a spiegare perché.

… è come un cerchio che si chiude, l’emozione di questo nuovo album degli U2. Emozione pura, dalla prima all’ultima nota… tanti passaggi da brividi… da occhi lucidi…

in un certo senso mi spaventa scrivere “un cerchio che si chiude”, perché la chiusura presuppone una fine. ma magari anche una ripartenza…

anche scrivere “album” fa un certo effetto, perché viviamo in un tempo in cui la musica si è trasformata, e vive di click, di visualizzazioni, di “prestazioni” dei singoli…

e invece credo che mai come stavolta si possa parlare di album, perché SOE non è una compilation, ma un insieme di canzoni che trovano il loro senso insieme. l’album va ascoltato tutto d’un fiato, assume una potenza emotiva enorme. ancor di più quando è ascoltato di seguito all’album precedente, quel SOI così contrariato x la modalità di distribuzione, ma così profondo e legato a questo.

la lettera infinita di Bono nel booklet è anomala, ha un sapore strano: è da leggere per avere una comprensione più completa. Bono si racconta senza difese, andando oltre quello che ha scritto nelle canzoni, o meglio dandoci delle chiavi di lettura: il contesto, le ispirazioni, alcuni suoi punti di riferimento o addirittura dubbi… il suo stato d’animo e di salute… inutile raccontare il mio crollo emotivo quando nel finale parla ancora una volta di OPERA…😭😭😭

come se non bastassero i testi, con questa lettera Bono si consegna a noi con un’immagine molto più umana e fragile in cui ognuno può ritrovarsi…

certo, queste considerazioni sono possibili x chi ha tempo, energie e voglia da dedicare a un ascolto profondo e congiunto. a chi ha l’Opera inside…

spesso “chi ha l’Opera” può venire scambiato per un fan non obiettivo, che accecato dalla passione per la propria band preferita esprime un giudizio passionale e non obiettivo.

non posso generalizzare a tutti, ovviamente, ma nel mio caso mi sento di escludere una contaminazione di questo tipo. Bono&c hanno fatto anche cose minori, e lo riconosco, senza problemi.

Stavolta credo si tratti di qualcosa di diverso. Il legame annunciato già dal 2014 fra i 2 album, le canzoni già quasi pronte, ciò nonostante, il ritardo nella pubblicazione, per varie cause:

– il trentennale di Joshua Tree, che all’inizio anch’io pensavo fosse (solo) una trovata commerciale, invece aveva un significato “politico” preciso;

– i cambiamenti nel mondo, Brexit e Trump in primis;

– 1 o 2 (non è ancora chiaro) inconvenienti, problemi di salute di Bono, che hanno influito in modo profondo sulla stesura dei testi…

L’attesa era alta fra i fan degli U2, e personalmente credo sia stata ben ripagata.

Forse, anzi sicuramente Bono non ha più la voce degli anni ‘80, ma da tempo non sentivo un Bono così ispirato, sincero. Nei testi come nella voce, calda e vera, a volte forse incerta ma proprio per questo ancora più vera.

Per quanto riguarda i testi, anche qui vale il discorso del lusso di un ascolto “di secondo o terzo livello”, così diverso da quelli proposti oggi dalle radio, dai siti, dallo streaming in genere. Con questo non voglio denigrare in modo assoluto un sistema che si è evoluto in base alle esigenze e desideri delle persone. (o viceversa?!).

Ma al tempo stesso reclamo il bisogno, personale, di un ascolto intimo, intenso e profondo dell’album per apprezzarlo fino in fondo ancor prima di esprimere un giudizio.

I testi, ascoltati, riascolati e macinati interiormente, arrivano eccome: i paragoni con altre canzoni degli U2 non sono corretti: Sunday Bloody Sunday, o Pride, immortali, con la loro rabbia, potenza, idealità, sono state scritte da un ragazzo di 22/23 anni… forse è questa l’anomalia…

Le canzoni di oggi sono più amare, più malinconiche, perché questo è l’unico atteggiamento possibile da parte di una persona (la stessa persona di Pride e SBS!!) che si è misurato da vicino con tante situazioni che avrebbe voluto cambiare, ma che non è riuscito. Più amare, dicevo, ma non meno intense.

Meno immediate, sicuramente. Ma non meno ispirate. Quel meno “immediato” che deriva dall’esperienza, appunto. Credo che sia molto Rock ammettere sinceramente i propri dubbi e difficoltà a quasi 60 anni in un’epoca di vincenti & sicuri, così come è Rock a 20 anni urlare che vuoi cambiare il mondo con la musica a tutto volume…

quindi…

Bono e gli U2 non deludono. Sorprendono, questo sì. Sorprendono per la voglia e il bisogno di esserci ancora, e di esserci in questo modo, oggi, dopo un tour (non solo!) trionfale e celebrativo e sold out ovunque. Poteva essere semplice rilanciare un messaggio più immediato che proseguisse i fasti delle celebrazioni per i 30 anni di Joshua Tree. Invece hanno scelto decisamente un altro registro: “anche noi, quelli che hanno conquistato il mondo 30 anni fa, abbiamo insicurezze e percepiamo paura del presente. E del futuro, e del passato, in un certo senso”. Quello che succede nella vita di ognuno di noi. Per questo “arrivano” così tanto, oltre il ritornello orecchiabile o il singolo di successo.

Grazie Bono, grazie U2, per aver trovato ancora il modo di accendere questa passione, fatta di emozioni forti, positive e spaventose, rassicuranti ma anche disarmanti. Per farci sentire l’Opera inside ancora una volta.

You’re the best thing

E’ strano…A scuola ti fanno fare mille temi in cui ti fanno parafrasare, commentare poesie scritte mille anni prima e tu scrivi le cose che (se va bene!) hai studiato il giorno prima, o che (più reale!!!) stai copiando dai bigliettini che hai sotto al banco, senza capirci nulla…
Poi…

30 anni dopo, ti trovi a commentare una canzone appena uscita e che aspettavi da tempo, e ti sembra all’improvviso di capire cosa ti chiedevano a scuola 30 anni fa…


Devo ammettere che la prima cosa che mi ha colpito e affascinato di “You’re the best thing about me”, la nuova canzone degli U2, uscita oggi, è che Bono scelga, senta il bisogno, ancora oggi, proprio oggi, di scrivere una canzone x Ali…

Sua moglie. Da 35 anni. Non solo. La ragazza con cui sta da quand’era al liceo, quando avevano 16 anni…

In tanti amici, sapendo della mia passione x Bono e gli U2, mi chiedono della storia personale di Bono. Ogni volta che racconto la storia con Ali, tutti chiosano “figurati se non ha avuto altre storie!”… considerando che non sono il suo biografo ufficiale e che (purtroppo!) non lo conosco neanche di persona, posso limitarmi a quello che so dai libri che ho letto, dalle news sui siti, e soprattutto da quanto si evince dai testi delle sue canzoni.

E questa è una canzone che non lascia dubbi sul suo amore x lei…

Vediamo:

“To a boy”, cioè conferma che la storia dura da mooolto tempo!!! Da quando era semplicemente “boy”…

Ma è anche una canzone sulle fatiche, derivate dall’experience, che non sempre è chiara, infatti spesso e ripetutamente si chiede “Why?”

ci sono alcune frasi che mi colpiscono in modo particolare:

l’inizio, che è molto intimo…

“When you look so good, the pain in your face doesn’t show

When you look so good and baby, you don’t even know”

 implica una conoscenza forte… Bono conosce bene Ali. Sa che spesso “fa buon viso a cattivo gioco” e appare contenta anche se non lo è, ma anche che è contenta anche se lei non se ne accorge…

ma anche :

“When the world is ours but the world is not your kind of thing” …

Quasi vivessero in due mondi diversi…

Mi ricorda quando nell’intro di Song for Someone dedicava la canzone a Ali dicendo “questo sono io nella mia cameretta cercando di scrivere la canzone perfetta per a ragazza perfetta, che ancora oggi continua a ripetermi che non le interessa la perfezione…”

“I’m the kind of trouble that you enjoy”

è talmente forte che è inspiegabile…

tipo “lo so che sono un casino nella tua vita, ma è un casino che ti piace…”.

“The best things are easy to destroy”

è strettamente legato alla fragilità, a come spesso sei talmente fragile che non sei in grado di capire come, perché ti metti in certe situazioni, che sembrano averti fatto perdere tutto… anche (e soprattutto) le cose migliori…

“Why am i walking away” è una frase mooolto personale, che si relaziona a tante cose successe e che succedono nella mia vita, quando ti chiedi se stai facendo la cosa giusta… mi ricorda l’intro di Bad a Roma 15/7, “Trattenere, lasciare andare…”

poi Bono mette in stecca 3 frasi decisamentr forti, perlomeno x me, a livello personale:

“There’s no risky thing for a man who’s determined to fall”

è una frase molto significativa x me… colpisce decisamente a fondo…

per non parlare dell’insoddisfazione che a volte ti coglie nella vita, nella relazione, nella vita…

“I have everything but I feel like nothing at all”

ma anche:

“How bad can a good time be?”

è decisamente complessa… mille idee, riferimenti, collegamenti, paure…

e poi, magicamente,

il “bridge”

 (termine tecnico usato per definire una strofa che ha un ritmo e melodia diversa e che accompagna al ritornello finale):

“I can see it all so clearly

I can see what you can’t see

I can see you love her loudly

When she needs you quietly”

è come se, cantata da Edge, questa fosse una visione esterna (di cui ha tutto il diritto, essendo amico di vecchissima data di entrambi) sulla relazione fra B e A. Edge gli dice: “ vedo tutto molto chiaramente, vedo quello che tu (essendo coinvolto direttamente) non riesci a vedere: vedo quanto la ami LOUDLY (ad alta voce, fragorosamente, sbandierandolo ai 4 venti = quindi in un certo senso critica anche il suo dedicarle canzoni??)) mentre lei ha bisogno di essere amata QUIETLY… delicatamente… sottovoce…

il finale, permettetemelo, è ancora personale (come se il resto non lo fosse…) ed è dedicato a Chiara…

“Oh you’ve seen enough to know it’s children who teach”

e fa pandàn (non so come si scrive!) con

“freedom has a scent like the top of a new born baby head”, frase che mi scrisse a fine 2004 via sms (allora non c’era whatsapp!) quando seppe che aspettavo di Matti…

walkon, mates!

dreamoutloud!!!
ascolta la canzone:

https://open.spotify.com/track/73VrGWg4I2DJiWXtbseyiG?si=CZzMA1ss