“L’amore giungerà…” Pavarotti: amore, opera e stupore…

Pavarotti: amore, opera e stupore

Perché sono partito con questa frase e con questa immagine?

I più maligni diranno che è “perché devo metterci comunque dentro Bono e gli U2”…

Io aggiungo “perché è un gran bel ricordo personale diretto”…

Ma soprattutto aggiungo che credo sia un ottima sintesi di quello che ho appena visto: il film di Ron Howard su Pavarotti. L’emozione principale che mi sento di esprimere è lo stupore, proprio come la prima volta che ho visto un’opera dal vivo (2001, ndr). Stupore per l’intensità, stupore per la quantità e la ricchezza di contenuti ed emozioni… Quando provi stupore, è difficile mettere in fila in modo ordinato le emozioni e raccontarle, quindi proverò soltanto a dare qualche flash, in attesa di rivederlo. Perché è sicuramente è da rivedere, con calma, per riascoltare e rivivere alcuni passaggi, per approfondire alcuni contenuti, che emergono dalle sue parole, dalle interviste a famigliari, colleghi, amici, ma anche, spesso, dalla musica. Sì, perché c’è tanta musica. Tanta opera, soprattutto. O meglio: tanta Opera: con la “O” maiuscola, come da qualche tempo la definisco io. Nel senso che la musica è associata alla vita: ancora meglio: in ceti casi, la musica diventa vita. E allora la musica, l’opera, diventa Opera: il modo di esprimere quel turbinio interiore fatto di amore, odio, paura, entusiasmo, amicizia, fratellanza, sfida, coraggio, passione, contraddizione, e tutto quello che viviamo quotidianamente… Con un sapiente montaggio, vediamo come nell’opera c’è davvero tutto: sembra che sia descritto già ogni momento della vita. Dice Bono (molto presente nel film): “Cosa può aggiungere un cantante a arie già perfette? aggiunge la sua vita, con l’emozione nell’interpretazione”. Ebbene sì, anche da questo film si evince quanto per alcuni esseri umani, la musica è intrecciata inscindibilmente con la vita. Ma non semplicemente perché ci si appassiona a una canzone o ad un cantante, ma perché la musica esprime quel che vivi, e tu ti trovi e ti riconosci in una canzone, in un giro di accordi, in un’aria d’opera. E’ un dono? Una fortuna? Una condanna? Chi lo sa… Probabilmente un po’ di tutto questo…Si tratta di una diversa sensibilità, difficilmente condivisibile con chi non ce l’ha e considera la musica, pop, rock, classica, opera, semplicemente come un’espressione artistica. Intendiamoci: ascoltare musica “semplicemente”, senza viverla così intensamente, non è un difetto. Ma quello di cui provo a parlare è un livello superiore. Dal chiodo al fazzoletto, dal non aver voglia di cantare al commuoversi perché impersoni un personaggio e ti immedesimi in lui e in quello che canti… Tutto questo c’è nel film, perché un regista con un “sentire” non comune come Ron Howard è riuscito a coglierlo ed esprimerlo molto bene. Il finale, ad esempio: potrebbe apparentemente sembrare scontato, con l’esibizione di Nessundorma. Ma l’espressione finale, durante gli applausi, dice tutto: Big Luciano (e pensare che da bambino lo chiamavano “Lucianino”) è sorpreso, commosso, stupito dalla reazione del pubblico. Giustamente all’inizio del film P. dice che “in questo mestiere nulla è scontato”, neanche per chi studia ed ha una preparazione eccellente: fino all’ultimo non sai se la nota giusta uscirà proprio come la vuoi tu. Come conferma Placido Domingo, che durante il film esprime ben più di un concetto chiave, “La voce” (espresso al femminile, in tutte le lingue), è considerata al pari di una persona. Il rapporto fra un cantante e la sua voce è paragonato alla relazione fra due persone, influenzabile con tutto quello che capita nella vita di una persona: dal meteo, alle buone/brutte notizie, alle gioie, agli scazzi.

L’espressione così intensa del viso di Pavarotti, infine, mi rende facile il collegamento con l’inizio di questo racconto, e allora, concludendo, riprendo l’immagine iniziale: Modena 1995, Pavarotti & friends.

Tre persone, uniche, tre emozioni e tre visi stupiti:

Pavarotti, che da big dell’opera cerca, grazie all’aiuto, al “fiuto” e alla passione di Nicoletta, Bono, quasi stalkerizzandolo (“he was haunting me”…) ed è emozionato mentre canta con lui, in prima mondiale dal vivo, Miss Sarajevo.

Bono, “la miglior voce del rock” (siamo nel 1995) a cui trema la voce mentre canta Miss Sarajevo al cospetto del Maestro, perché è stato coinvolto e trascinato da una forza a cui non ha potuto dire di no…

Lady Diana, intrecciata indissolubilmente sia a Bono che a Pavarotti (la dedica durante il concerto a Londra sotto la pioggia, l’amicizia, la beneficenza intesa come missione di vita per ripagare il gran dono personale ricevuto e non solo intesa come donazione a chi ha bisogno, i rapporti GB/Eire, i paparazzi e la vita/non vita…) che ascolta rapita e stupita…

come me…

stupito, ancora una volta, dalle emozioni che mi genera la musica… Non ci farò mai l’abitudine, e quanto ne son contento…!

dreamoutloud!!!

fabio

“Come on now love don’t you look back”!

Premessa: è difficile parlarne così presto. Ma ci provo…

Se devo dire a freddo, a bruciapelo, la prima cosa che mi viene in mente di questo intenso mese di concerti, dico questa frase. Una frase tratta (devo scrivere parlando anche ai non-fan, anzi forse proprio a loro) da “Who’s gonna ride your wild horses”, canzone contenuta in Achtung Baby, album micidiale del 1991 che mi da’ emozioni uniche ancora oggi, quasi trent’anni dopo, come al primo ascolto. È difficile spiegare perché mi ha colpito, cosa significa… Ci provo. Gli U2 l’hanno ri-inserita in scaletta (una scaletta ahimè un po’ troppo “blindata” ultimamente, ma è uno show fatto così) dopo 25 anni. La eseguono con tanto entusiasmo. Bono particolarmente ispirato, chiama il pubblico, salta, cambia il testo (non casualmente, “you’re on the track” credo cantasse al posto di “your gipsy heart”, peccato ma è meglio così), Larry che suona in piedi, e picchia forsennatamente per sottolineare il rimpianto, la fatica, la rabbia contenute in questa canzone. Per non parlare del finale, con i quattro U2 che suonano vicinissimi, in un metro quadro, con il barricage (il megaschermo LCD, o meglio: schermo è decisamente riduttivo… un doppio schermo mobile con passerella, chi non l’ha visto dal vivo non si rende conto) che si chiude sopra di loro sul finale di canzone, come se fosse l’unico modo per zittirli, per esaurire (temporaneamente!) quella potenza…

Dicevo (scrivevo, in realtà, perché spesso è più facile scrivere che dire) che, a distanza di quasi un mese, è il primo ricordo che mi viene in mente pensando ai 7 concerti degli U2. “Ai sette cosa?”, “Eh??”, “Quanti ne hai visti???”, “Ma non sono tutti uguali??”…

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