Riportiamo il grande volley a Parma!!!

Sono cresciuto con il grande volley in casa: a Parma ho visto, negli anni ‘80 e ‘90, i migliori giocatori del mondo! Potrei fare i nomi, ma non voglio dimenticare nessuno!!! Sto digitalizzando la collezione di VHS con le partite della MAXICONO (ma ovviamente anche degli avversari dell’epoca, Modena Milano Ravenna Treviso… e anche intrionfi della Nazionale): man mano che le trasformo in digitale, le pubblico su YOUTUBE, al link

ezio bosso, un pianto egoista

è quasi un pianto egoista, il pianto che oggi, a intermittenza, scoppia improvviso quando leggo, vedo, ascolto #eziobosso …

perché egoista? perché non riesco ancora a capire se il pianto è realmente per la sua scomparsa, o perché la sua scomparsa mi lascerà più povero. più povero, cioè senza qualcosa…

senza il suo sorriso,

senza la sua forza,

senza la sua dolcezza,

senza la sua intensità,

senza la sua caparbietà nel restare nonostante la malattia e la sofferenza, anzi trasformandole in ulteriore forza e intensità,

senza la sua fisicità,

senza l’umiltà di chi anziché dire “sono stato bravo” diceva “sono stato bene”,

senza la sua competenza infinita,

senza la sua capacità e desiderio di raccontare,

ma soprattutto senza quelle sue parole sulla musica che sono tutte quelle che avrei voluto dire io ma che non sono mai riuscito a dire…

è qui che nasce il dubbio che sia egoismo…ma lo sarà, solo se non sarò stato capace di ascoltare davvero, come ezio ci ha insegnato.

il dono più grande della musica: l’ascolto: della musica, delle emozioni, dell’altro.

E quanto sarà più prezioso ascoltarti, d’ora in poi, sapendo che non vi saranno più nuove occasioni…

Grazie Ezio!

non addio, perché “dopo ogni nota ce n’è sempre un’altra”…

perché “la musica non basta mai”…

continuerò a vivere apparentemente più povero, ma più ricco perché suonerai con me ogni volta che suonerò…

“…suoniamo sempre come se fosse la prima volta nella nostra vita, e come se fosse l’ultima. perché poi è il segreto della vita…”

Happy Birthday Bono! (60)

Un racconto musicale per celebrare i 60 anni di Bono. Il racconto si basa sul testo di “U2 at the Opera” (fabio amadei, 2015) mixando aneddoti e canzoni acustiche in stile busker.



What a dream, last night…

Last night I had a dream: a mix of meetings with Bono and the band, outside from a gig, from the hotel, behind the barrier waiting for them & chasing them, like I did so many times before. After a long wait, I finally get to meet Bono. I and ask him if he makes a picture on my arm for a tattoo. I thought something like the heart of “love is bigger”, or a shamrock, or a claddagh, but he says, “No, I’ll draw you a bigger picture.” He starts to draw an electric guitar, with end of the neck turned into a rolled-up newspaper, and he told me: “Sorry, we’re late because I was reading the newspaper”. Then, on both sides, he draws two caricatures: Bono (on the side of the newspaper), and Edge (on the side of the guitar). Then, in my dream, the sad link with reality: I had this big nice picture on my arm, but all the Tattoo Studios was closed because of the covid19-lockdown… But I have clear in my mind and in my eyes the picture:
Stanotte ho sognato un mix di incontri con Bono&co: fuori da un concerto, dall’albergo, dietro la transenna. in pratica eravamo tutti lì in transenna ad aspettarli & inseguirli, come già fatto in tante situazioni. Dopo una lunga attesa alla fine riesco a incontrare Bono oltre la transenna e chiedergli se mi fa un disegno sul braccio per un tattoo. Io pensavo il cuore di “love Is bigger”, oppure il trifoglio o il claddagh, o altre cose che gli ho visto fare come tatuaggio, ma lui dice “no ti faccio un bel disegno” e inizia a disegnare una chitarra elettrica con il manico che diventa un giornale arrotolato, e mi dice che hanno fatto tardi perché lui voleva leggere il giornale. Poi, ai due lati sinistro e destro disegna una caricatura sua e una di Edge. Alla fine del sogno il triste collegamento con la realtà: avevo questo gran bel disegno ma non potevo farmelo tatuare perché tutti gli studi tattoo da cui andavo erano chiusi per il lockdown del corona virus. Ma ho ancora il disegno chiaro in testa e negli occhi…😜😍🌈

“L’amore giungerà…” Pavarotti: amore, opera e stupore…

Pavarotti: amore, opera e stupore

Perché sono partito con questa frase e con questa immagine?

I più maligni diranno che è “perché devo metterci comunque dentro Bono e gli U2”…

Io aggiungo “perché è un gran bel ricordo personale diretto”…

Ma soprattutto aggiungo che credo sia un ottima sintesi di quello che ho appena visto: il film di Ron Howard su Pavarotti. L’emozione principale che mi sento di esprimere è lo stupore, proprio come la prima volta che ho visto un’opera dal vivo (2001, ndr). Stupore per l’intensità, stupore per la quantità e la ricchezza di contenuti ed emozioni… Quando provi stupore, è difficile mettere in fila in modo ordinato le emozioni e raccontarle, quindi proverò soltanto a dare qualche flash, in attesa di rivederlo. Perché è sicuramente è da rivedere, con calma, per riascoltare e rivivere alcuni passaggi, per approfondire alcuni contenuti, che emergono dalle sue parole, dalle interviste a famigliari, colleghi, amici, ma anche, spesso, dalla musica. Sì, perché c’è tanta musica. Tanta opera, soprattutto. O meglio: tanta Opera: con la “O” maiuscola, come da qualche tempo la definisco io. Nel senso che la musica è associata alla vita: ancora meglio: in ceti casi, la musica diventa vita. E allora la musica, l’opera, diventa Opera: il modo di esprimere quel turbinio interiore fatto di amore, odio, paura, entusiasmo, amicizia, fratellanza, sfida, coraggio, passione, contraddizione, e tutto quello che viviamo quotidianamente… Con un sapiente montaggio, vediamo come nell’opera c’è davvero tutto: sembra che sia descritto già ogni momento della vita. Dice Bono (molto presente nel film): “Quelle sono canzoni che fanno sanguinare il cuore… Cosa può aggiungere un cantante a arie già perfette? aggiunge la sua vita, con l’emozione nell’interpretazione”. Ebbene sì, anche da questo film si evince quanto per alcuni esseri umani, la musica è intrecciata inscindibilmente con la vita. Ma non semplicemente perché ci si appassiona a una canzone o ad un cantante, ma perché la musica esprime quel che vivi, e tu ti trovi e ti riconosci in una canzone, in un giro di accordi, in un’aria d’opera. E’ un dono? Una fortuna? Una condanna? Chi lo sa… Probabilmente un po’ di tutto questo…Si tratta di una diversa sensibilità, difficilmente condivisibile con chi non ce l’ha e considera la musica, pop, rock, classica, opera, semplicemente come un’espressione artistica. Intendiamoci: ascoltare musica “semplicemente”, senza viverla così intensamente, non è un difetto. Ma quello di cui provo a parlare è un livello superiore. Dal chiodo al fazzoletto, dal non aver voglia di cantare al commuoversi perché impersoni un personaggio e ti immedesimi in lui e in quello che canti… Tutto questo c’è nel film, perché un regista con un “sentire” non comune come Ron Howard è riuscito a coglierlo ed esprimerlo molto bene. Il finale, ad esempio: potrebbe apparentemente sembrare scontato, con l’esibizione di Nessundorma. Ma l’espressione finale, durante gli applausi, dice tutto: Big Luciano (e pensare che da bambino lo chiamavano “Lucianino”) è sorpreso, commosso, stupito dalla reazione del pubblico. Giustamente all’inizio del film P. dice che “in questo mestiere nulla è scontato”, neanche per chi studia ed ha una preparazione eccellente: fino all’ultimo non sai se la nota giusta uscirà proprio come la vuoi tu. Come conferma Placido Domingo, che durante il film esprime ben più di un concetto chiave, “La voce” (espresso al femminile, in tutte le lingue), è considerata al pari di una persona. Il rapporto fra un cantante e la sua voce è paragonato alla relazione fra due persone, influenzabile con tutto quello che capita nella vita di una persona: dal meteo, alle buone/brutte notizie, alle gioie, agli scazzi.

L’espressione così intensa del viso di Pavarotti, infine, mi rende facile il collegamento con l’inizio di questo racconto, e allora, concludendo, riprendo l’immagine iniziale: Modena 1995, Pavarotti & friends.

Tre persone, uniche, tre emozioni e tre visi stupiti:

Pavarotti, che da big dell’opera cerca, grazie all’aiuto, al “fiuto” e alla passione di Nicoletta, Bono, quasi stalkerizzandolo (“he was haunting me”…) ed è emozionato mentre canta con lui, in prima mondiale dal vivo, Miss Sarajevo.

Bono, “la miglior voce del rock” (siamo nel 1995) a cui trema la voce mentre canta Miss Sarajevo al cospetto del Maestro, perché è stato coinvolto e trascinato da una forza a cui non ha potuto dire di no…

Lady Diana, intrecciata indissolubilmente sia a Bono che a Pavarotti (la dedica durante il concerto a Londra sotto la pioggia, l’amicizia, la beneficenza intesa come missione di vita per ripagare il gran dono personale ricevuto e non solo intesa come donazione a chi ha bisogno, i rapporti GB/Eire, i paparazzi e la vita/non vita…) che ascolta rapita e stupita…

come me…

stupito, ancora una volta, dalle emozioni che mi genera la musica… Non ci farò mai l’abitudine, e quanto ne son contento…!

dreamoutloud!!!

fabio

Matamoros Banks: Rio Grande and the Mediterranean Sea…

ho sempre creduto, di pancia, che la musica fosse superiore…
a chi?
a cosa?
non so…
semplicemente (magari!) credo che chi riesce a scrivere canzoni “vere” riesca a cogliere in anticipo aspetti “critici” della nostra vita…
ho scritto “critici” non solo in senso negativo, ma nel senso etimologico della parola, che significa “improvviso cambiamento”. a volte in meglio, a volte in peggio…
#morgan e i #bluvertigo cantarono la #crisi nel 2008,

Sto vivendo una crisi e una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va…
c’è qualcosa che non va oggi???
per me così tanto….
e guardando le notizie di oggi, quella foto allucinante, oscena, disumana, disarmante…
viene in mente il #boss, #springsteen ,
che addirittura nel 2005 cantò, prevedendo, quello che è successo oggi…

ma…

perché stiamo ad ascoltare analisti, politici, politologi, economisti, e non chi (come i cantanti, alcuni cantanti…) hanno una sensibilità, un’anima aperta sul mondo, una sorta di orecchio del cuore?

potrebbero davvero insegnarci a prevedere ed evitare tragedie come questa???

davvero non c’è modo di vivere una crisi positiva e provare a trasformare in positivi questi cambiamenti improvvisi???…
stasera mi fermo qui…
non ho altre risposte…
non ho altre parole…
ho solo amore…
only love…
“only love  can leave such a mark
only love, only love can heal such a scar
only love, only love unites our hearts….”….
(#u2 , #magnificent )

se non si è capito, do’ tutto il mio sostegno e il mio appoggio a Sea Watch e alle ONG che ogni giorno soccorrono persone nel nostro mar mediterraneo…

“Come on now love don’t you look back”!

Premessa: è difficile parlarne così presto. Ma ci provo…

Se devo dire a freddo, a bruciapelo, la prima cosa che mi viene in mente di questo intenso mese di concerti, dico questa frase. Una frase tratta (devo scrivere parlando anche ai non-fan, anzi forse proprio a loro) da “Who’s gonna ride your wild horses”, canzone contenuta in Achtung Baby, album micidiale del 1991 che mi da’ emozioni uniche ancora oggi, quasi trent’anni dopo, come al primo ascolto. È difficile spiegare perché mi ha colpito, cosa significa… Ci provo. Gli U2 l’hanno ri-inserita in scaletta (una scaletta ahimè un po’ troppo “blindata” ultimamente, ma è uno show fatto così) dopo 25 anni. La eseguono con tanto entusiasmo. Bono particolarmente ispirato, chiama il pubblico, salta, cambia il testo (non casualmente, “you’re on the track” credo cantasse al posto di “your gipsy heart”, peccato ma è meglio così), Larry che suona in piedi, e picchia forsennatamente per sottolineare il rimpianto, la fatica, la rabbia contenute in questa canzone. Per non parlare del finale, con i quattro U2 che suonano vicinissimi, in un metro quadro, con il barricage (il megaschermo LCD, o meglio: schermo è decisamente riduttivo… un doppio schermo mobile con passerella, chi non l’ha visto dal vivo non si rende conto) che si chiude sopra di loro sul finale di canzone, come se fosse l’unico modo per zittirli, per esaurire (temporaneamente!) quella potenza…

Dicevo (scrivevo, in realtà, perché spesso è più facile scrivere che dire) che, a distanza di quasi un mese, è il primo ricordo che mi viene in mente pensando ai 7 concerti degli U2. “Ai sette cosa?”, “Eh??”, “Quanti ne hai visti???”, “Ma non sono tutti uguali??”…

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live in Burla… e

 

“… A volte vorrei vivere nell’aria

E rimanere sospeso senza più ostacoli

Giocare coi mostri delle mie insicurezze

E trasformarli in canzoni come un miracolo

Su tutta la terra che corre sotto i piedi

Come un mappamondo di pezzi fragili

C’è ogni uomo che cerca e cerca la sua idea

Insegue la verità e il suo contrario

La musica fa sognare e volare capire

La musica da la forza di reagire

La musica fa viaggiare senza partire

La musica fa capire ciò che vuoi capire…”

(Litfiba, “La musica fa”, 1995)

è così…

la musica è unica.

rapisce, stupisce…

ti porta dove non sai,

dove non avresti pensato…

ma se ti porta lì,

è perché LEI SA che tu ci puoi andare.

ci puoi andare in quel momento,

perché in quel momento sei pronto per vivere intensamente e condividere quelle emozioni: paura, ansia, trepidazione, sfogo, gioia…

a un certo punto la musica ti fa capire che puoi unire dei puntini. come nel gioco enigmistico…

è un paradosso che proprio un’esperienza come questa, proprio in questo momento storico di social a manetta, non possa essere condivisa se non con parole. già, parole e basta. niente foto, niente video, in carcere non sono ammessi.

CARCERE???

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30 anni di live

Marzo 1988.

30 anni.

30 anni dal mio primo concerto…

Sognato, sperato, agognato, sospirato…

Non vedevo l’ora di andare a un concerto.

Il primo ricordo che ho è un articolo di Tutto Musica e Spettacolo del luglio 1985 (avevo 12 anni) sul primo concerto italiano di Bruce Springsteen per il tour di Born in the Usa, a SanSiro. Già ero incuriosito dal mondo live, leggendolo mi innamorai definitivamente. E irreversibilmente.

Così arrivò il 1988. Conoscevo già gli U2, certo. Li amavo già, certo. ma sembravano ancora troppo lontani e irraggiungibili

Quando durante il Festival di Sanremo 1988 ci fu ospite Joe Cocker, vennero annunciate le date del suo imminente tour italiano. C’era anche Parma. Il nuovo (ristrutturato, e allargato!) Palasport Bruno Raschi in cui andavo a vedere la Santàl (prima) e la Maxicono (poi), mitica squadra di pallavolo maschile che vinse tutto negli anni ’80 e ’90 (prima di sparire definitivamente e di privare Parma del più bello sport del mondo, per far posto a sua maestà il calcio, che ci diede sì tante soddisfazioni ma anche delusioni, crack finanziari e retrocessioni…), finalmente diventava adatto anche ad ospitare concerti rock. E il primo fu Joe Cocker. Avrebbe potuto suonare chiunque, e non me lo sarei mai perso.

Conoscevo Joe Cocker principalmente per la colonna sonora del film “9 settimane e 1/2“, mi mancavano la conoscenza del mondo blues, di Woodstock, e della leggenda che era.

Gli anni successivi in quel Palasport (oltre ai trionfi Maxicono!) avrei visto Antonello Venditti, Enrico Ruggeri, Zucchero, Pino Daniele, Jovanotti, Fabrizio De Andrè, Elisa, Ligabue, Modena City Ramblers, Francesco Guccini, Negrita, Elio e le Storie Tese, Giorgia, Biagio Antonacci, Max Pezzali, Gianni Morandi, Beppe Grillo, Giorgio Panariello, Gene Gnocchi, Sabina Guzzanti, per dirne alcuni. (e mi sarei perso, non senza rimpianto, Europe, Spandau Ballet, Luca Carboni e Edoardo Bennato!)…

E così, succede che mentre a 45 anni ti trovi a ricordare e a fare bilanci, ti puoi anche ritrovare a piangere davanti a una puntata di Che Tempo Che Fa in streaming con Gianni Morandi che canta voce e chitarra “C’era un ragazzo“…

Perchè la musica scioglie le emozioni, non c’è niente da fare…

Non è facile catturarle e provarle a mettere per iscritto…

Ma ci provo ancora una volta, così come ho provato con il libro “U2 at the Opera“, per spiegare a chi mi sta intorno cosa significa per me, perché ancora troppo spesso la mia passione viene scambiata per mania. Ma è qualcosa di più, molto di più.

Nel caso specifico di questa sera, Morandi ha richiamato due ricordi “forti”. Il primo, quasi ancestrale, è di una domenica sera di tanti tanti anni fa, ero bambino. Dopo una domenica sera in gita sull’Appennino parmense con amici di famiglia, andammo alla scuola Albertelli (la scuola elementare di Parma in cui insegnava questa amica di famiglia) per vedere uno spettacolo di fine anno. Il ricordo è confuso, ma ricordo bene che nell’intervallo di questo spettacolo ci fu una ragazza (una maestra? Una tirocinante? Poteva pure essere la sorella di un alunno) che cantò appunto “C’era un ragazzo”. Semplicemente, voce e chitarra, e questo mi emozionò parecchio, tant’è che lo ricordo ancora oggi. Forse è il mio primo ricordo di musica live (Chiesa e messa a parte…). L’altro ricordo di “C’era un ragazzo” è legato ad alcuni momenti a “la bula”, la cooperativa sociale in cui lavoro a Parma. Ci sono stati tanti momenti musicali insieme ai ragazzi/e con disabilità, in cui ascoltando dei cd o con una chitarra, in modo “più strutturato” (es laboratori di musica) o più spontaneo, ci siamo trovati a cantare questa canzone, che permetteva a tanti di partecipare. Chi cantando, chi semplicemente battendo le mani. Anche chi normalmente parlava poco, o per niente, seguiva e accompagnava il gruppo nella canzone. E in quei momenti capisci che la musica è davvero di tutti.

Non c’è un modo giusto, un modo migliore di vivere la musica, ognuno trova il suo e non è giusto o sbagliato, è il suo.

Non c’è una musica migliore: spesso tanti artisti e tante canzoni sono etichettate da chi è più snob come brutte, semplici, commerciali. Non mi tiro fuori, anch’io faccio spesso dei distinguo: ma da Bach, Beethoven, ai cantautori rock/pop, a Sanremo, allo Zecchino d’oro o alle canzoni dei cartoni animati conta quanto ognuno “le sente”, le vive, le fa sue. A suo modo. In profondità.

Per una quasi paradossale coincidenza proprio in questi giorni mio figlio maggiore ha scritto una poesia sulla musica, molto emozionante, che mi ha fatto riflettere sulla bellezza di avergli trasmesso questa passione.

Sempre in questi giorni ho catturato un momento molto intenso in cui proprio lui e la sua sorellina di 5 anni cantavano e suonavano (entrambi alla chitarra) una canzone del cartone Pixar Coco. L’esecuzione non è delle migliori tecnicamente, anzi. Ma l’intensità, l’allegria, il senso di unione che si percepiva era qualcosa di unico.

La musica è davvero la forma più alta e intensa di condivisione fra persone. C’è un dire, non dire, sentire, guardare, urlare, piangere, ridere, emozionarsi… L’ascolto privato, in cuffia, in macchina (top!) o in casa ad alto volume è fondamentale e insostituibile, ma il live è come una sublimazione di quest’esperienza così unica.

 

E allora GRAZIE, Musica!

Grazie per le emozioni di questi 30 anni di live, e che ne vengano altri 30!