“Come on now love don’t you look back”!

Premessa: è difficile parlarne così presto. Ma ci provo…

Se devo dire a freddo, a bruciapelo, la prima cosa che mi viene in mente di questo intenso mese di concerti, dico questa frase. Una frase tratta (devo scrivere parlando anche ai non-fan, anzi forse proprio a loro) da “Who’s gonna ride your wild horses”, canzone contenuta in Achtung Baby, album micidiale del 1991 che mi da’ emozioni uniche ancora oggi, quasi trent’anni dopo, come al primo ascolto. È difficile spiegare perché mi ha colpito, cosa significa… Ci provo. Gli U2 l’hanno ri-inserita in scaletta (una scaletta ahimè un po’ troppo “blindata” ultimamente, ma è uno show fatto così) dopo 25 anni. La eseguono con tanto entusiasmo. Bono particolarmente ispirato, chiama il pubblico, salta, cambia il testo (non casualmente, “you’re on the track” credo cantasse al posto di “your gipsy heart”, peccato ma è meglio così), Larry che suona in piedi, e picchia forsennatamente per sottolineare il rimpianto, la fatica, la rabbia contenute in questa canzone. Per non parlare del finale, con i quattro U2 che suonano vicinissimi, in un metro quadro, con il barricage (il megaschermo LCD, o meglio: schermo è decisamente riduttivo… un doppio schermo mobile con passerella, chi non l’ha visto dal vivo non si rende conto) che si chiude sopra di loro sul finale di canzone, come se fosse l’unico modo per zittirli, per esaurire (temporaneamente!) quella potenza…

Dicevo (scrivevo, in realtà, perché spesso è più facile scrivere che dire) che, a distanza di quasi un mese, è il primo ricordo che mi viene in mente pensando ai 7 concerti degli U2. “Ai sette cosa?”, “Eh??”, “Quanti ne hai visti???”, “Ma non sono tutti uguali??”…

Già… me lo son sentito chiedere tante, tante, tante volte… Ed è difficile rispondere, trovare le parole per descrivere quel sorriso ebete che ho ancora sulla faccia… ma, ancor di più, quella sensazione di benessere, di pace, di nirvana, quel cuore gonfio e strabordante di emozioni  dovute a quei concerti…

Sono diversi, ogni volta.

Come posso spiegarlo???

Un concerto, o almeno un concerto degli U2, vissuto come lo vivo io, non è mai uguale a un altro. Neanche se la scaletta è uguale a quella della sera prima.

Intanto non dico “vedere un concerto” ma “vivere un concerto”.

Perché è un’esperienza da vivere. A 360 gradi. Con tutti e 5 i sensi, anche di più.

Oltre le due ore, oltre la scaletta. Oltre le due ore perché comincia molto prima, con l’attesa, la speranza, la curiosità, con un mix di emozioni insomma. Con la coda. E dura infinitamente di più anche dopo che è finito.

Con chi lo vivi. Questo è il primo elemento fondamentale. Ogni sera, o meglio, ogni concerto ha una particolare alchimia perché cambiano le persone con cui lo vivo. Amicizie storiche che si rinforzano, altre che cambiano, altre che in qualche modo si ricuciono, altre che si riscoprono e si rinnovano… Amicizie nuove: stare ore e ore in coda porta naturalmente a condividere e a fare nuove amicizie: chiacchiere, aneddoti, confidenze. Chi è lì, è “come me”. Ore di coda, al sole o sotto la pioggia, viaggi, giorni di ferie, sacrifici, sveglie all’alba e prima dell’alba per non mancare agli appelli… Chi è lì, è “come me”, perché anche per lui/lei è importante. Magari in modo diverso, ma non è diverso il valore.

Improvvisamente scopri di avere molte più cose in comune con chi hai conosciuto quel giorno che con tante altre persone che conosci da molto più tempo ma che non condividono questa parte di te così viscerale, così forte e fragile allo stesso tempo. Ogni concerto mi ha regalato nuove preziose amicizie. E non dico amicizie a caso o in modo superficiale: considero la forte condivisione un fattore molto significativo nella costruzione di nuovi legami. E così, ti sembra di conoscere da sempre due ragazzi diciottenni palermitani, o uno stravagante signore americano con origini irlandesi tornato in Irlanda proprio per gli U2, o due fratelli con cui ti trovi a giocare a carte sotto un riparo di fortuna dalla pioggia, o un gruppo di gioiosi messicani in tournée europea… O un papà folle (in senso buono, folle d’amore per la figlia) che fa coda&appelli al posto tuo per due giorni per tenerti il posto in coda, perché così lo tiene anche per la figlia (lo so, quest’ultimo è un pensiero un po’ confuso, ma mi piace così…). Incontri persone viste sui social e con le quali ti sei trovato vicino virtualmente, e scopri che invece la vicinanza è reale… E in questo caso, i social aiutano a mantenere queste relazioni, non solo col ricordo, ma spesso con una condivisione che approfondisce la conoscenza reciproca, che si cementa nel tempo.

Racconti e condividi pezzi di vita che in una situazione più ordinaria faresti fatica a “tirar fuori”, ma che lì ti senti di poter condividere. Perché chi è lì può comprenderti, ha un’anima affine alla tua.

Venendo all’aspetto più psico-musicale, la canzone è una forma di espressione unica. Potente come nessun’altra. Ha il potere di riportarti esattamente in un altro momento, in un’altra situazione, con gli stessi sentimenti ed emozioni. Solo che sei lì. Ma sei anche là. Sei in più posti contemporaneamente, con diverse persone, vivi e rivivi sensazioni ed emozioni che confliggono, che si rinforzano, che si fondono in una nuova esperienza unica. Unica, ogni volta. Non è mai la stessa cosa, non è mai la stessa esperienza, non è mai la stessa emozione. Ogni volta esci diverso, con un nuovo bagaglio di emozioni, da rimuginare nel tempo. Riascoltando canzoni, pezzi di concerti, rivivi sensazioni e capisci cose anche a distanza di tempo. Ti fa stare bene, ti fa stare male, ti mette in discussione. A volte capita che dopo un concerto ti porti dietro un mix emotivo forte ma complesso da comprendere, una matassa da sbrogliare nel tempo, che magari ti si chiarisce all’improvviso dopo tanto tempo, riascoltando una canzone… Forse è esagerato il paragone con persone che hanno provato le stesse sensazioni dopo esperienze mistiche, di spiritualità forti e intense, ma in qualche aspetto mi ci ritrovo…

A questo si aggiunga il magnetismo di Bono, che come nella migliore tradizione di chi racconta storie, ti rapisce raccontando una storia di due ore, intensa, forte, con legami nel tempo che vanno oltre quelle due ore, ti fa viaggiare nel tempo e nello spazio: dal passato al presente, con continui richiami all’attualità, richiamando le coscienze a un impegno forte, almeno nel provare a capire e non dare per scontato quel che succede.

Sinceramente tutto questo è tanto, davvero tanto… faccio fatica a rinunciarci… faccio fatica a definirlo “solo” un concerto, tantomeno a pensare che un concerto sia uguale a un altro…

“I’m not coming down” cantava Bono una ventina d’anni fa… fotografa bene il mio momento attuale. Faccio fatica a scendere. La testa e il cuore restano là, sulla transenna, negli occhi lucidi di chi era intorno a me, persone “con l’Opera inside”, con le quali uno sguardo è sufficiente più di mille parole…

… e in tutto questo non ho nemmeno parlato di Bono che parla dell’Opera durante i concerti italiani… meriterebbe un post a parte, tutto per sè…

“Il cuore degli U2 è l’Opera!”

sì vabbè…

ti piace vincere facile??

o hai letto il mio libro??

Dreamoutloud!!!

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