30 anni di live

Marzo 1988.

30 anni.

30 anni dal mio primo concerto…

Sognato, sperato, agognato, sospirato…

Non vedevo l’ora di andare a un concerto.

Il primo ricordo che ho è un articolo di Tutto Musica e Spettacolo del luglio 1985 (avevo 12 anni) sul primo concerto italiano di Bruce Springsteen per il tour di Born in the Usa, a SanSiro. Già ero incuriosito dal mondo live, leggendolo mi innamorai definitivamente. E irreversibilmente.

Così arrivò il 1988. Conoscevo già gli U2, certo. Li amavo già, certo. ma sembravano ancora troppo lontani e irraggiungibili

Quando durante il Festival di Sanremo 1988 ci fu ospite Joe Cocker, vennero annunciate le date del suo imminente tour italiano. C’era anche Parma. Il nuovo (ristrutturato, e allargato!) Palasport Bruno Raschi in cui andavo a vedere la Santàl (prima) e la Maxicono (poi), mitica squadra di pallavolo maschile che vinse tutto negli anni ’80 e ’90 (prima di sparire definitivamente e di privare Parma del più bello sport del mondo, per far posto a sua maestà il calcio, che ci diede sì tante soddisfazioni ma anche delusioni, crack finanziari e retrocessioni…), finalmente diventava adatto anche ad ospitare concerti rock. E il primo fu Joe Cocker. Avrebbe potuto suonare chiunque, e non me lo sarei mai perso.

Conoscevo Joe Cocker principalmente per la colonna sonora del film “9 settimane e 1/2“, mi mancavano la conoscenza del mondo blues, di Woodstock, e della leggenda che era.

Gli anni successivi in quel Palasport (oltre ai trionfi Maxicono!) avrei visto Antonello Venditti, Enrico Ruggeri, Zucchero, Pino Daniele, Jovanotti, Fabrizio De Andrè, Elisa, Ligabue, Modena City Ramblers, Francesco Guccini, Negrita, Elio e le Storie Tese, Giorgia, Biagio Antonacci, Max Pezzali, Gianni Morandi, Beppe Grillo, Giorgio Panariello, Gene Gnocchi, Sabina Guzzanti, per dirne alcuni. (e mi sarei perso, non senza rimpianto, Europe, Spandau Ballet, Luca Carboni e Edoardo Bennato!)…

E così, succede che mentre a 45 anni ti trovi a ricordare e a fare bilanci, ti puoi anche ritrovare a piangere davanti a una puntata di Che Tempo Che Fa in streaming con Gianni Morandi che canta voce e chitarra “C’era un ragazzo“…

Perchè la musica scioglie le emozioni, non c’è niente da fare…

Non è facile catturarle e provarle a mettere per iscritto…

Ma ci provo ancora una volta, così come ho provato con il libro “U2 at the Opera“, per spiegare a chi mi sta intorno cosa significa per me, perché ancora troppo spesso la mia passione viene scambiata per mania. Ma è qualcosa di più, molto di più.

Nel caso specifico di questa sera, Morandi ha richiamato due ricordi “forti”. Il primo, quasi ancestrale, è di una domenica sera di tanti tanti anni fa, ero bambino. Dopo una domenica sera in gita sull’Appennino parmense con amici di famiglia, andammo alla scuola Albertelli (la scuola elementare di Parma in cui insegnava questa amica di famiglia) per vedere uno spettacolo di fine anno. Il ricordo è confuso, ma ricordo bene che nell’intervallo di questo spettacolo ci fu una ragazza (una maestra? Una tirocinante? Poteva pure essere la sorella di un alunno) che cantò appunto “C’era un ragazzo”. Semplicemente, voce e chitarra, e questo mi emozionò parecchio, tant’è che lo ricordo ancora oggi. Forse è il mio primo ricordo di musica live (Chiesa e messa a parte…). L’altro ricordo di “C’era un ragazzo” è legato ad alcuni momenti a “la bula”, la cooperativa sociale in cui lavoro a Parma. Ci sono stati tanti momenti musicali insieme ai ragazzi/e con disabilità, in cui ascoltando dei cd o con una chitarra, in modo “più strutturato” (es laboratori di musica) o più spontaneo, ci siamo trovati a cantare questa canzone, che permetteva a tanti di partecipare. Chi cantando, chi semplicemente battendo le mani. Anche chi normalmente parlava poco, o per niente, seguiva e accompagnava il gruppo nella canzone. E in quei momenti capisci che la musica è davvero di tutti.

Non c’è un modo giusto, un modo migliore di vivere la musica, ognuno trova il suo e non è giusto o sbagliato, è il suo.

Non c’è una musica migliore: spesso tanti artisti e tante canzoni sono etichettate da chi è più snob come brutte, semplici, commerciali. Non mi tiro fuori, anch’io faccio spesso dei distinguo: ma da Bach, Beethoven, ai cantautori rock/pop, a Sanremo, allo Zecchino d’oro o alle canzoni dei cartoni animati conta quanto ognuno “le sente”, le vive, le fa sue. A suo modo. In profondità.

Per una quasi paradossale coincidenza proprio in questi giorni mio figlio maggiore ha scritto una poesia sulla musica, molto emozionante, che mi ha fatto riflettere sulla bellezza di avergli trasmesso questa passione.

Sempre in questi giorni ho catturato un momento molto intenso in cui proprio lui e la sua sorellina di 5 anni cantavano e suonavano (entrambi alla chitarra) una canzone del cartone Pixar Coco. L’esecuzione non è delle migliori tecnicamente, anzi. Ma l’intensità, l’allegria, il senso di unione che si percepiva era qualcosa di unico.

La musica è davvero la forma più alta e intensa di condivisione fra persone. C’è un dire, non dire, sentire, guardare, urlare, piangere, ridere, emozionarsi… L’ascolto privato, in cuffia, in macchina (top!) o in casa ad alto volume è fondamentale e insostituibile, ma il live è come una sublimazione di quest’esperienza così unica.

 

E allora GRAZIE, Musica!

Grazie per le emozioni di questi 30 anni di live, e che ne vengano altri 30!